Appunti di estetica blasisiana
Diamo vita questo mese a una nuova rubrica curata da Fabio Marinoni Perelli che tratterà argomenti attinenti alla storia e all'estetica della danza. Per qualsiasi chiarimento potete contattarci a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
APPUNTI D’ESTETICA BLASISIANA
Il Traité élementaire théorique et pratique de la danse e la codificazione di una nuova nozione di grazia
«Quegli dèi, i quali, come sopra abbiamo detto, a noi esseri umani sono stati donati in qualità di compagni di danza, ovvero le Muse, Apollo Musegete e Dioniso, sono altresì coloro i quali ci hanno fatto dono della percezione del ritmo e dell‟armonia unitamente al piacere, con cui appunto essi ci mettono in movimento e guidano le nostre danze corali, legandoci insieme gli uni con gli altri per mezzo di canti e danze. E a tali danze corali hanno dato il nome di χορός, in virtù del sentimento di gioia [χαρά] in essi ingenito». Ciò, per bocca, com'è consuetudine, di uno dei personaggi del dialogo, afferma Platone in un passo delle Leggi, dove, giocando con '‟etimologia, il filosofo ateniese fa discendere χορός, la danza, da χαρά, la gioia.
Ora, proprio sulla scorta di tale paretimologia, durante l‟età napoleonica si fece strada la concezione della danza come manifestazione di gioia, la quale concezione offriva il teorico avallo a quello stile, a un tempo coreografico e concernente la conformazione, l‟espressività e la capacità interpretativa del danzatore, denominato comunemente demi-caractère. Si trattava di una terza categoria tipologica e stilistica, accanto al genere serieux-noble e al comique-grotesque, già gerarchizzata ed embrionalmente tratteggiata da Jean-Georges No-verre nelle sue Lettres sur la Danse et sur les Ballets (1760) come genre mixte ou demi-serieux, e contemplata, poi, persino dall‟Opéra parigina, il sommo custode del tradizionale decorum accademico. Il ballerino demi-caractère doveva possedre una corporatura agile e dinamica, una tempra esuberante, nonché la medesima eleganza e raffi-natezza del danzatore noble, purtuttavia distin-guendosi da quest‟ultimo per la figura e il modo di presentarsi gioiosi e ilari, ed eleggendo a sue pe-culiari cifre grazia e levità, le quali, quanto al côté tecnico, si trasponevano in flessuosità, scioltezza e velocità. Virtù, queste ultime, le quali non esigevano il non plus ultra di armonia, forme e linee del serieux. I danzatori dell‟epoca, Vestr‟Allard sopra tutti, quantunque l‟età della Restaurazione avesse coinciso con il tentativo, vano, di riesumare l‟ormai sorpassato sistema stilistico tardo-settecentesco, predilessero il dinamismo, i tours de force, le frenetiche pirouettes e il febbrile virtuosismo del demi-caractère, e imboccarono la via della versatilità, della poliedricità tecnica e inter-pretativa, prendendo le distanze tanto dal compas-sato stile ancien régime, quanto dall‟antiquato grotesque, discorde con l‟aimable raffinement di Pierre Gardel e con le ormai emergenti tendenze sperimentali della nouvelle école dell‟Opéra, apo-geo del teatro di Francia.
Pertanto, mentre progressivamente si compiva il processo d‟unificazione e armonizzazione tecnica di generi e stili, vòlto a conferire nobiltà al comique e ad affrancare il noble, sul quale era disceso il gelido vento del disinteresse, mentre si disgregava il complesso dei generi tradizionali, l‟estro degli artisti, come pure l‟attenzione del pubblico, gradualmente s‟indirizzò allo stile demi-caractère, il solo capace di tradurre la concezione della danza come gaia allegria. Danzatore, coreografo e, soprattutto, eccelso teorico della danza, nonché uomo di vastissima cultura, Carlo Blasis (1795-1878), già quando, concludendo il primo capitolo del suo Traité (1820) menzionando Tersicore, scriveva a nota che «il nome di questa Musa che preside al Ballo è composto di due parole greche, la prima delle quali (τέρπειν) significa rallegrare, e l‟altra (χορός) significa Coro, o Ballo», palesava la sua adesione, a un tempo formale e spirituale, a tale visione. Non di rado il Traité ac-centua le movenze aeree e la qualità gioconda del-la danza, facendo di esse una peculiarità la quale dimentica, anzi supera e uniforma ogni definizio-ne tipologica. «Gentile», «grazioso»: questi, gli aggettivi con i quali Blasis designa tale stile corei-co omogeneizzato, capace di coinvolgimento emo-tivo e di gioia, dove «grazioso» è da interpretarsi non tanto come una mera nozione frutto di perce-zione sensoriale, né come una sopravvivenza, or-mai démodé, del settecentesco genre galante ou gracieux di sapore rococò, quanto piuttosto come un autentico “prendere corpo” della grazia. Una grazia, questa blasisiana, la quale, parimenti alla sua estetica, segue un orientamento, un paradigma classico di apollinea bellezza esteriore, pronto a coincidere con la immateriale bellezza spirituale. Una grazia, insomma, consistente, come scrisse Claude-Henri Watelet nel Dictionnaire des beaux arts, «dans l‟accord de ces mouvements avec ceux de l‟âme». La figura di danzatore vagheggiata dal Traité nasce, dunque, là, dove il gusto estetico or-chestico della prima metà del „700 incontra e spo-sa la voga neoclassica. Di quest‟ultima, pur facen-2
do propria la norma classica della «nobile sempli-cità», già codificata da Johann Joachim Winckelmann, Blasis esecra il «freddo, lineare, simmetrico», come pure deplora le linee del genere grotte-sco italiano, del tutto prive di elasticità. Ciò che egli persegue, è una euritmia costruita su d‟una soffice e morbida delicatezza, su d‟una agile sciol-tezza, su d‟una aggraziata leggerezza di movenza. La quale euritmia, quindi, diviene riflesso della maturazione del gusto, del riscatto tecnico della danza francese fra i due secoli, e della commistione delle specificità del noble (decoro, aplomb, li-nea, morbidezza) con le prerogative del demi-caractère.
Quanto alla questione dei generi, la posizione blasisiana ufficiale, condensata dal precetto «Applicatevi a non confondere il genere», è di deferenza e salvaguardia delle regole su cui si erigeva la scuola dell‟Opéra e di consequenziale congruenza con la sua preparazione culturale, saldamente vincolata alla cultura del „700 e alla corrente classicista. Tuttavia, al di là d‟ogni “posizione ufficiale”, Blasis vive ognora su di sé, come giovane ballerino prima ancora che come trattatista, il problematico scompaginarsi dei generi: pur dolendosi del tramonto al quale ormai era giunto il genre serieux, egli non soltanto sostiene e propugna la gaiezza come virtù indispensabile della danza, condividendo l‟orientamento generale, ma si fa altresì assertore della versatilità tecnica e interpretativa del danzatore, della sua capacità di valorizzare il temperamento di ruoli e personaggi più dissimili. Cosa di cui, come già Vestr‟Allard, Blasis stesso aveva data prova, e pregevolmente. Piuttosto, spetterà alla cultura, alla sensibilità e al buonsenso del ballerino – merce rara, ahimè, all‟epoca del Traité – la capacità di sovrintendere alle proprie qualità artistiche, declinando ruoli non adatti alla propria corporatura o alla propria indole, poiché, come egli scrive a nota, «chi intraprende troppe cose contemporaneamente, non ottiene successo in alcuna di esse».
Certo, chi scrive potrebbe concludere questo modestissimo contributo sull‟estetica blasisiana a cavallo fra „700 e „800 escogitando un elogio roboante del Maestro partenopeo. La qual cosa, quantunque ad hoc, non potrebbe, però, vantare granché d‟originalità. Meglio, invece, affidare la conclusione alle parole del Traité, compendio de-la concezione coreutica del Blasis danzatore e didatta: «colui che avrà messo in pratica questi consigli, sarà in diritto di piacere, e possederà tutte le grazie dell‟Arte sua, che consiste nell‟interessare lo spettatore, facendogli provare delle dolci emozioni, e abbandonando l‟animo suo al piacere, ed alla gioja».
FABIO MARINONI PERELLI
Bibliografia
PAPPACENA, FLAVIA, Il rinnovamento della danza tra Sette-cento e Ottocento:il trattato di danza di Carlo Blasis, Lucca, 2009






